Astronavi a Parigi? No, è Zaha Hadid

Parigi val bene una visita anche nel gran caldo. E in questo momento (fino al 30 ottobre) vale soprattutto se siete attratti dall’arte dell’architettura.

Certamente rimarrete sorpresi e attoniti quando giungendo davanti all’Institut du Monde Arabe penserete che sia atterrato un disco volante, ma non abbiate paura: si tratta di un edificio temporaneo o meglio mobile, itinerante.

L’idea non è affatto nuova, è un padiglione, un tendone da circo del XXI secolo, ma l’architettura lo è senz’altro, frutto della creatività di un famoso architetto, una donna anglo-irachena ormai consacrata nell’olimpo della notorietà, e considerata una diva: Zaha Hadid (nata a Baghdad nel 1950, con studi a Londra) vincitrice del premio Pritzker (paragonabile al Nobel) nel 2004.

Guardando quest’architettura resteremo senz’altro meravigliati, perché “la scatola”, altrettanto importante come il suo contenuto (la mostra dedicata ai suoi progetti e alle realizzazioni), nulla ha a che fare con ciò che siamo abituati a considerare architettura: edificio solidamente ancorato alla terra che soddisfa “la stabilitas” vitruviana e che dipende dalle severe regole della geometria euclidea. Sì perché Zaha Hadid, sembra contraddire tutto ciò, proponendo edifici con un’aura fantascientifica, con forme filanti ma complesse, prive di spigoli ed angoli, che alterano la nostra normale e quotidiana esperienza spaziale fatta di sopra, sotto, davanti, dietro, per mostrarci invece le possibilità offerte dalla sua immaginazione (e dai sofisticatissimi mezzi informatici: programmi 3d in uso nel campo della progettazione aereo-spaziale), ma soprattutto dai progressi raggiunti dalla tecnica e dai materiali di costruzioni che rendono possibile quasi ogni cosa.

La mostra è consigliabile anche a coloro che non sono interessati all’architettura perché è facilmente comprensibile, diretta e immediata, non si rivolge alla comunità di tecnici, non utilizza un sofisticato approccio storico-critico, ma lascia ai modelli tridimensionali, alle maquettes, ai video e alle immagini renderizzate, chiarire con semplicità le idee e i progetti in corso di realizzazioni. La rassegna ci offre una nuova immagine del futuro, uno squarcio di quella che sarà la nuova frontiera dell’architettura e delle città .

Uscendo dalla Mostra, vi consigliamo di soffermarvi a guardare la facciata di questo interessantissimo edificio che è l’Institut du Monde Arabe (1981-1987), perché anche in questo caso ci troviamo al cospetto di un’opera di un’altro grande architetto di fama mondiale: Jean Nouvel (anch’egli vincitore del Pritzker nel 2008). Quest’architettura contemporanea in vetro e metallo rappresenta un omaggio alla cultura araba espressa attraverso due soli elementi: la geometria e la luce.

Questi due elementi sono stati magistralmente interpretati attraverso un’idea tecnica originalissima impiegata per la facciata sud dell’edificio, infatti il disegno geometrico dei pannelli di rivestimento s’integra con un preciso meccanismo di diaframma della macchina fotografica che modula la luce naturale propria come avviene per i moucharabieh (gli schermi ad arabeschi che proteggono le finestre nell’architettura mediorientale). Avventuratevi all’interno dell’edificio per scoprire la leggerezza della struttura e la meccanica di precisione della facciata, ma spingetevi anche in sommità accolti da un’esclusivo ristorante che si affaccia sulla Senna. Da ultimo, se vi sarà rimasto del tempo, suggeriamo un altra visita, anche se rapida, al Museo di Quai Branly, altra opera di J.Nouvel. Non solo per l’importanza e ricchezza della sua collezione: è infatti dedicato all’arte primitiva. Da quella africana alla più remota e meno conosciuta dell’Oceania, ma anche per l’edificio stesso voluto dal presidente Chirac e qui, a due passi dalla Senna e dalla Tour Eiffel, pur non rinunciando all’idea di museo cittadino, l’architetto riesce a creare un’oasi di pace tra una vegetazione di canne e specchi d’acqua, degna cornice al tema dell’esposizione.

Tutto su: www.imarabe.org

 

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