Splendida occasione quella di tornare a Venezia per una delle più importanti esposizioni mondiali, la 54a Biennale dell’Arte curata da Bice Curiger (della Kunsthaus di Zurigo) che si è aperta il 4 giugno scorso e terminerà il 27 novembre. Si tiene appunto a cadenza biennale alternandosi a quella d’Architettura della scorsa edizione. Sbaglia chi ritiene di poter vedere tutta L’esposizione, che occupa un ampio spazio (i giardini e l’arsenale) posto all’estremo della città, ultima fermata del traghetto prima del Lido (luogo consacrato al Festival del Cinema), in un solo giorno. Per questo motivo vi consigliamo di conservare il biglietto d’ingresso per un altro giorno, (non abbiate dubbi, dà diritto alla visita anche in due tempi diversi) e di visitare dapprima l’Arsenale, per completare il giro dei giardini in un altro giorno, magari a settembre verso la fine dell’Estate oppure verso l’inizio della stagione autunnale con le nebbie e brume che donano a Venezia un’atmosfera irreale, di sospensione e di incantevole bellezza.
La città, lo sappiamo, è un’opera d’arte che richiede tempi lenti, quelli necessari per poterne apprezzare la straordinarietà di un capolavoro a cielo aperto. Vi consigliamo di iniziare con la visita dell’Arsenale appunto per l’interessantissima cornice storica, rappresentata dagli edifici presenti, testimonianza dell’archeologia industriale, cuore dell’industria navaleveneziana a partire dal XII secolo. Questo sito è legato al periodo più florido della vita della Serenissima: grazie alle imponenti navi qui costruite, Venezia riuscì a contrastare i Turchi nel Mar Egeo e a conquistare le rotte del nord Europa. La superficie si estendeva su un’area di 46 ettari, con un gran numero di lavoratori (gli Arsenalotti). L’arsenale è attualmente utilizzato, solo in piccola parte, come una delle sedi espositive della Biennale di Venezia. Sarete certamente, circondati da una moltitudine di visitatori: appassionati, curatori, galleristi, direttori di musei, giornalisti , forse anche gente comune, che arriva da tutto il mondo, ma a mia sensazione soprattutto americani.
Scoprire dove sta andando l’arte, individuarne le tendenze principali, lanciare nuovi talenti facendone impennare le quotazioni, questa forse è la vera anima della Biennale al di là delle motivazioni culturali e delle dichiarazioni d’intenti vere e presunte rilasciate durante le conferenze stampa dell’inaugurazione dal curatore e dalle polemiche che inevitabilmente si scatenano intorno all’evento. Commenteremo solo ciò che abbiamo visto, in questa meravigliosa “location”, tralasciando opere video e installazioni che vi accoglieranno appena varcata la soglia, segnalandovi alcuni nomi giudicati da riviste specializzate come “abbordabili”: l’artista tedesca Corinne Wasmuth che dipinge monumentali paesaggi urbani, vedute di spazi e luoghi pubblici come aeroporti o centri commerciali in cui si affolla l’umanità in una ridda di colori e di segni, le illusioni ottiche dell’americano James Turrell con le sue vere e proprie ambientazioni che sfidano la percezione dei visitatori, creando con la luce schermi, forme fluttuanti ma che in realtà non sono altro che buchi nel muro, interruzioni di materia sostituiti dalla nebbia di luce radente. Da ultimo, il tanto atteso “Padiglione Italia”, curato da Vittorio Sgarbi, in cui per stessa ammissione del responsabile la scelta degli artisti (o del tema se ve ne fosse uno)è lasciata ad altri (sono stati invitati 200 personalità della cultura italiana ognuno dei quali ha suggerito un artista), senza nessun condizionamento, ma anche senza nessun criterio espositivo cosa questa che rappresenta il limite ma anche la forza della scelta. “Horror pleni” quello di Sgarbi, troppo piena e affollata per non apparire come un vecchio solaio in cui si accumulano grandi capolavori dimenticati e impolverati, insieme a cianfrusaglie di nessun valore, per essere percepita con un senso critico, troppo poco spazio a separare le opere che si accostano senza soluzione di continuità e che impediscono a chiunque di poter distinguere l’uno dall’altro ammesso che ciò sia giusto, senza ricavarne un senso di frustrazione e di confusione, forse il senso è che tutte le opere sono segni indiscutibili della nostra società in cui tutto si brucia e si consuma ma nulla effettivamente resta.
